Nam June Paik
April 1994 FLASH ART

Nam June Paik, one of the fathers of video art  that we still see the memory of the spectacular installation presented in the German pavilion at the last Biennale and the video - symbol transmitted on the same occasion on Rai 3 , fortunately manages to keep his job, at a distance of thirty -odd years from the beginning , the ability to get to the heart of the contemporary debate on the use , the role , the function of the media, TV in particular. And it does exactly reversing the relationship between the image and the object, between the presumed immateriality as TV broadcasts and aterialità actual container . In his recent work in fact ( and in this show there are some specific examples and significatibi ) is the television picture that takes shape to abdicating its most proper, that is, the flow be , invention and symbol of a vision that thinks the whole western world as a universe of signs, impalpalbile , all ethereal, to see and not touch. Opera apparently less spectacular than the others, but more significant in this sense is a small white canvas with the antennas in which you open a window through which sprouts a mini monitor tuned on any TV channel. Paik costrusce some sort of body image ( painting, the act of painting still has the power to imagine winning a confrontation with the Big Sister ? ) But did not accompany her to see that an ideological challenge each other opposed apocalyptic and integrated . The Korean artist takes it inside of his personal vocabulary , with a good dose of fun evident , the whole panorama of signs that are an integral part of low culture (from the photo postcard souvenirs, the abstract signs of computer graphics ) to live by religious icons ( Buddha , the bearer of thought, but also to look more )

Paik , anti- Videodrome that was so picture materialized in the form of nightmare , a vision that gives us more than a critical look reveals a playful vision willing to let go in the crowded flow of contemporary life.

 

 

 

 

Nam June Paik, uno dei padri riconosciuti della videoarte di cui abbiamo ancora negli occhi il ricordo della spettacolare installazione presentata nel padiglione tedesco dell'ultima Biennale e la video-sigla trasmessa nella stessa occasione da Rai 3, riesce a conservare fortunatamente nel suo lavoro, a distanza di trenta e passa anni dagli esordi, la capacità di entrare nel vivo del dibattito contemporaneo sull'uso, il ruolo, la funzione dei media, la TV in particolare. E lo fa ribaltando esattamente i rapporto tra l'immagine e l'oggetto, tra l'immaterialità presunta di quanto la TV trasmette e la aterialità effettiva del contenitore. Nei suoi lavori recenti infatti (e in questa mostra vi sono alcuni esempi precisi e significatibi) è l'immagine televisiva che prende corpo abdicando alla sua caratteristica più propria, ovvero l'essere flusso, invenzione e simbolo di una visione tutta occidentale che pensa il mondo come un universo di segni, impalpalbile, tutto etereo, da vedere e da non toccare. Opera apparentemente meno spettacolare delle altre, ma più significativa in questo senso è una piccola tela bianca con le antenne in cui è aperta una finestrella attraverso la quale spunta un mini monitor sintonizzato su un qualsiasi canale televisivo. Paik costrusce una sorta di immagine corporea (la pittura, il gesto del dipingere ha ancora la forza di immaginare un confronto vincente con la Grande Sorella?) senza però accompagnarla da una sfida ideologica che vede l'un l'altro contrapposti apocalittici e integrati. L'artista coreano infatti assume all'interno del suo personalissimo vocabolario, con una buona dose di evidente divertimento, tutto il panorama di segni che sono parte integrante della cultura bassa (dalle foto cartolina ai souvenirs, ai segni astratti della computer graphic) facendo convivere icone religiose (Budda, portatore di pensiero, ma anche di sguardo altro)

Paik, l'anti-Videodrome che era sì immagine materializzata sotto forma di incubo, ci consegna una visione che più che uno sguardo critico mette in luce una visione giocosa disposta a lasciarsi andare nel flusso affollato della contemporaneità.