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La dannazione è muta, come muta è la profonda beatitudine.

Lo scriveva Colette in Il rifugio sentimentale. Probabilmente se ne intendeva, le aveva toccate entrambe nel corso di un’unica vita. Aveva esplorato in lungo e in largo le stesse dannazioni e beatitudini che Marina Sagona ha messo nella sua interpretazione delle figure dantesche esposte alla Ierimonti Gallery di New York: immensamente femminili, silenziose, eternamente fissate dietro a un velo di stupore che le vuole più umane di quanto Dante abbia potuto descrivere. Quello che penso intendesse Colette, e che si riflette nelle opere di Sagona, è che nell’ampia sfumatura che collega lo stato di infimo castigo a quello di altissima grazia, non c’è spazio per molte parole. La voce si incastra alla base della gola e restiamo congelati in quella che alcuni chiamano “contemplazione”. Per questo leggendo la Commedia si ha la sensazione che a parlare non siano mai né i dannati né i beati, ma sempre qualcun altro per loro. Per questo quegli sguardi e quei corpi che filtrano dalla semplicità dei ritratti di Sagona risultano così perfettamente adeguati. Muti, come la loro infinita condizione.

Le anime di Sagona — tutte donne, siano beate, dannate o anime del purgatorio — sono cento e incarnano tanto la circostanza da cui provengono quanto il dramma della perdita della vita mortale. Per citare John Updike:

Non c’è niente di più cristallino di una giornata riletta al tramonto.

E le vite di queste donne, lette quando di vita non resta più ma è sostituita da un’eternità di luce o tenebre, sono talmente chiare da non richiedere molto di più di un tratto marcato per delinearle nella loro complessità.

A parlare per loro sono gli scrittori cui è stato chiesto di interpretarle. Scrive Colum McCann nella sua introduzione all’esposizione:

L’arte migliore è quella che ispira altre forme d’arte a venire.

Probabilmente la Commedia dantesca è l’opera che meglio di tutte compie questa affermazione. È stata letta, dipinta, rappresentata e recitata al punto di dare l’idea che non resti altro margine di esegesi. Eppure eccole lì: le donne della Comedy of Women a testimoniare nuovi strati di significato, nuove opportunità di comprensione. Nessun nuovo cielo, cerchio, né girone, solo un centinaio di nuovi sguardi che ne ridefiniscono i contorni.

Il premio Pulitzer Jhumpa Lahiri riscrive lo smarrimento della maga Manto, costretta tra i fraudolenti, Judith Turman restituisce un’umanità all’adultera Francesca da Rimini, assieme a un’inedita ribellione, mentre la “puttana sciolta” dantesca vive tra Hunts Point, Brooklyn, e il Tenderloin di San Francisco secondo Alice Sebold.

 

The Comedy of Women è una complessa opera di umanizzazione, la restituzione delle anime a carne, ossa e sentimenti. Così la descrizione che la Beatrice di Claire Messud dà di Dante è al contempo cinica e spietatamente sincera: «Diciamocelo», comincia. «Questo tizio non è mai stato il mio amante, né il mio ragazzo. Non è nemmeno mai stato mio amico. So chi è — mi ronza intorno praticamente da sempre, ma quello che vorrei veramente sapere è come è finito quassù, nel mio giardino. Pensavo sinceramente che non lo avrei mai più rivisto». La donna angelicata torna a essere per prima cosa una donna, non più relegata al filtro interpretativo dell’uomo che ha perso la testa per lei, ma in grado di dire, finalmente, la sua. Ha detto Messud all’inaugurazione della mostra:

Bisogna rendersi conto che Dante e Beatrice si erano visti solo due volte, da ragazzi, e che lui poi non ha più saputo darsi pace. Oggi lo definiremmo, senza troppa poesia, uno stalker.

Arte che ispira altra arte, che non perde mai la sua pulsione di adattamento.

Probabilmente il gesto di umanizzazione più estremo è quello che compie Anna Funder nel riportare Maria alla sua mortalità. Osservando il dipinto di Sagona,  scrive:

La Madonna è un’adolescente. Ci guarda negli occhi ed è persa nel suo mondo, il suo sguardo è sobrio e languido allo stesso tempo. Incarna una bellezza eterea, ma potrebbe essere qualsiasi teenager incrociata per strada.

Ecco, probabilmente l’esempio più lampante di quanto la rilettura di Sagona riesca ad essere brutalmente onesta. Ogni volta che camminando ci voltiamo a inseguire uno sguardo sfuggente, pensiamo che qualcosa di divino deve essercisi conficcato nell’intelletto, privandoci istantaneamente di ogni capacità di giudizio oggettivo e conferendo alle poche consapevolezze che ci restano una luce rivelatrice. Allo stesso modo, perdendosi negli sguardi delle donne della Commedia, alleggerite della loro aura divina o ombra dannata, veniamo investiti da un’umanità che mai avremmo sospettato. Ritornando, d’un tratto, al mutismo strozzato di Colette.